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mercoledì 30 marzo 2011
Vita e morte
martedì 29 marzo 2011
La trappola
lunedì 28 marzo 2011
Le grandi sfide per il management del XXI secolo – 6
venerdì 11 marzo 2011
Vita, morte e identità
Paul Auster, Nel paese delle ultime cose
L'aforisma di cui sopra si trova alla pagina 20 dell'edizione tascabile Einaudi, ma tutto il passo - e il libro - è straordinario per percorrere in modo illuminante la dialettica tra identità e cambiamento così come ci si propone oggi. A dimostrazione aggiungo un aforisma tratto da poche righe prima: "La vita come la conosciamo è finita, e tuttavia nessuno è capace di capire da cosa sia stata rimpiazzata".... insomma viviamo in un mondo in cui il rimpiazzo è talmente veloce da mettere in questione l'identità del rimpiazzato. Un po' come la celebre (in filosofia) nave di Teseo, in cui pezzi vengono cambiati man mano, finchè di originale non v'è più niente. Se una cosa del genere accade a te, e ti accade alla svelta, chi sei allora? Non ti sei forse perso a te stesso? E infatti ecco come continua l'aforisma da cui sono partito inizialmente:
"Perchè, per quanto lottino con forza, sanno di essere destinate a perdere. E a quel punto è completamente inutile tentare di lottare".
(Non è una prospettiva teorica, in giro, per strada e per le aziende, di persone che si sentono così ne trovo... forse non tante, perchè di solito si fermano ancora prima, ovvero si arrendono senza lottare gran chè, ma alcune, che arrivano a sfinirsi, a disperare oggettivamente, sì)
Ma chiedo e vi chiedo: è proprio così? La perdita dei principi, dei punti di riferimento, delle abitudini, e quindi dell'identità (così come la conosciamo) è per forza una catastrofe (il mondo descritto da Auster in Nel paese delle ultime cose è catastrofico, orribile, disperato...)? Perdersi a se stessi è per forza una sconfitta? Non sapere più cosa ci aspetta è per forza una disperazione? L'incertezza (forte, strutturale, fondativa) comporta per forza l'assenza di speranza?
domenica 23 gennaio 2011
La nostra meritata Ruby
- Vedi, ogni popolo... ha le mignotte che si merita.
domenica 9 gennaio 2011
Smisurata preghiera
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere"
... è molto bella anche dall'inizio, ma questa seconda metà mi fa venire i brividi, soprattutto la prima strofa e la chiusura. Mi ci ritrovo molto ed è l'ultima composizione che Fabrizio De Andrè ci ha lasciato: il suo ultimo testamento, il più vero, forse.
(per chi non sa da dove viene - accade - il titolo del post è il titolo della canzone, che è l'ultima di Anime Salve... auguri di salvezza anche a te che mi leggi). Comunque eccola qui, e pure tutta:
sabato 8 gennaio 2011
Sempre nuovo (Vita Nova)
"I significati devono essere costantamente riletti e ricompresi."
Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere, pag. 16
Heinrich Zimmer, un grande studioso di cultura indiana molto amato dall’insigne mitografo John Campbell, ci parla nel suo postumo “Il re e il cadavere” della relazione tra il dilettantismo, la generatività propria dei simboli e la necessità del rinnovamento continuo. “La caratteristica del dilettante infatti” scrive Zimmer “ sta nel dilettarsi della natura sempre preliminare della sua comprensione, che non raggiungerà mai il suo culmine. Ma è proprio questo, in definitiva, l’unico atteggiamento corretto di fronte alle figure che ci sono giunte dal passato più lontano”, continua lo studioso alludendo ai capolavori della grande narrativa universale, da Omero alle fiabe della tradizione popolare. “Sono loro”, prosegue, “gli eterni oracoli della vita. Devono essere interrogati e consultati daccapo a ogni epoca, e ogni epoca li avvicina col suo tipo di ignoranza e di comprensione, la sua serie di problematiche, le sue imprescindibili domande. Poiché le trame della vita che noi del nostro tempo dobbiamo tessere non sono quelle di nesuna altra epoca, i fili da intrecciare e i nodi da sciogliere sono molto diversi da quelli del passato. Le risposte già date, perciò, non ci possono servire. Le potenze devono essere riconsultate direttamente – di nuovo, e poi di nuovo ancora. Il nostro compito principale sta nell’apprendere non tanto quanto si dice esse abbiano detto, quanto il modo di avvicinarci a loro, il modo di evocare da loro nuove parole, e poi capirle.Di fronte a un simile compito, dobbiamo restare tutti dilettanti, che ci piaccia o no”.
Quello che voglio proporre è di pensare non solo le “figure che ci sono giunte dal passato più lontano” come tali “oracoli” da consultare e riconsultare sempre, ma di considerare così, quali inesauribili generatori di significati, anche i concetti o le idee (tralascio la disquisizione teoretica sulla differenza tra i due). Mi rendo conto che ciò implica da una parte equiparare, per scendere al particolare, il concetto di “giustizia” all’omonimo arcano maggiore dei tarocchi e, dall’altra, generalizzando, avvicinare molto, o addirittura sovrapporre nozioni tra loro distanti come quella di concetto e quella di simbolo (da intendersi qui nella sua accezione junghiana, romantica, ermeneutica, come tesoro inesauribile di un sovrappiù di senso mai del tutto espresso). E mi rendo conto che questa equivalenza è molto arrischiata. Tuttavia, evitando per ora di addentrarsi in analisi teoriche, l’esperienza del sempre nuovo riscoprire un concetto, di ritrovarlo rivestito di nuovi panni, di riscoprirlo ogni volta uguale e insieme diverso a partire dal tipo di interrogazione che gli poniamo, è un’esperienza comune nelle pratiche filosofiche. Anzi è forse l’esperienza più tipica di queste pratiche. In ciò tra l'altro è racchiuso uno dei sensi del titolo di questo blog: Vita Nova.
Filosofia per tutti
Ermanno Bencivenga, La filosofia come strumento di liberazione (pag. 204)
Sono d'accordo... qualcuno mi dà una mano? Magari lo dico a Bencivenga stesso: se lo propone vorrà anche farlo...